Paolo Rozzio giocherà nella Reggiana per l’undicesimo anno consecutivo

Paolo Rozzio giocherà nella Reggiana per l’undicesimo anno consecutivo

Sto pensando a cosa farò dopo la carriera da calciatore. Mi piacerebbe restare nel calcio e fare il corso da direttore sportivo, magari da iniziare già il prossimo anno

“Sono qui per rimarcare quanto sia contento di proseguire il mio cammino con questi colori – ha rimarcato il capitano Paolo Rozzio – Mi appresto a vivere l’undicesimo anno con questa maglia e, personalmente, ogni stagione che passa sono sempre più emozionato nel sentire addosso questi colori e questa responsabilità. Quando si sta tanto tempo in una piazza è giusto prendersi anche certi oneri, quelli che una città e i tifosi ti affidano, e io li porto molto volentieri. Ringrazio di cuore la società, il patron Amadei, il presidente Salerno, il vicepresidente Cattani e il direttore Fracchiolla per la volontà di rinnovarmi il contratto. Sono davvero grato a loro e ai tifosi che mi hanno scritto in queste ore: l’affetto della gente fa sempre piacere e mi dà ancora più carica per chiudere al meglio questa stagione e ripartire forte nella prossima».

Trattativa difficile o rinnovo veloce?
«È stata una trattativa veloce. Ormai mi conoscete: non sono uno che chiede più o meno soldi. La mia volontà è sempre stata chiara, cioè cercare di concludere qui la carriera, anche se poi la realtà non sempre coincide con i desideri. Sono contento di dover dimostrare ogni anno di meritarmi questo rinnovo, perché nulla è scontato. Nessuno ti regala niente: bisogna lottare e dimostrare di meritare la maglia granata. C’era volontà da entrambe le parti e in cinque minuti abbiamo firmato e ci siamo stretti la mano».

Durante la firma avete parlato anche di Serie B e Serie C?
«Solo per un aspetto puramente economico. Pensare alla Serie C non voglio nemmeno farlo. Bisogna continuare a dare stabilità alla Reggiana e consolidare la categoria, per poi magari ambire a qualcosa di più della salvezza».

Nelle ultime partite sei sempre indicato come migliore in campo: ti senti al top in questo momento?
«Sono quel tipo di giocatore che ha bisogno di giocare. Anche per l’età e per il mio trascorso di infortuni, se sto fermo faccio più fatica. Più gioco, più entro in condizione.
In questo momento mi sento bene e spero di continuare così per dare una mano alla squadra, che è la cosa più importante».

Come avete vissuto il cambio in panchina con l’arrivo di Rubinacci dopo Dionigi?
«Un esonero non lo vivi mai bene, è sempre un fallimento per noi giocatori. Siamo i primi responsabili di quello che succede in campo. Come successe l’anno scorso con l’esonero di Viali, sappiamo che un cambiamento può portare una ventata di freschezza mentale. La società ha fatto le sue valutazioni per il bene della Reggiana, mettendo da parte i rapporti personali. Rubinacci lo conoscevamo già, è arrivato carico e motivato come lo ricordavamo. Stiamo cambiando alcune richieste tattiche rispetto a Dionigi e serve tempo, anche se ne abbiamo poco. Non potevamo pretendere di vincerle tutte subito: arrivavamo da sette sconfitte di fila e bisogna anche riabituarsi al piacere di vincere».

Da capitano, come interpreti le voci che spesso circolano dopo un esonero?
«Mi ha dispiaciuto sentire certe cose sulla mia professionalità. In dieci anni non mi sono mai permesso di mandare via un allenatore e non ho mai avuto quel potere. Noi siamo sempre stati con il mister. Giocare contro un allenatore significa giocare contro se stessi ed è il tradimento peggiore. I punti persi non sono arrivati per volontà di mandare via qualcuno, ma per nostri limiti».

Il rapporto diretto che hai con i tifosi è una responsabilità in più?
«Fa parte del ruolo del capitano. Bisogna metterci la faccia, ascoltare elogi e critiche. Succede ovunque. Vivendo qui capita di incontrare i tifosi anche fuori dal campo: a volte butti giù un rospo, ma capisco anche la loro frustrazione».

Cosa serve di diverso quest’anno per raggiungere la salvezza?
«Più consapevolezza dei nostri mezzi. La squadra è stata costruita bene, anche con tanti giovani di qualità. Forse abbiamo giocato troppo col freno a mano tirato: possiamo esprimere molto di più. Serve lavoro quotidiano per ritrovare brillantezza e lucidità mentale».

La Reggiana è solida dietro ma fatica davanti: qual è lo step da fare?
«Il mister ci chiede di tenere di più la palla. La fase difensiva è organizzata, ma a forza di difendersi e basta si rischia sempre di prendere gol. Indipendentemente dal modulo con la difesa a tre o a quattro, conta l’atteggiamento: dobbiamo sempre giocare con umiltà, ma anche mettere in campo un po’ di spregiudicatezza per ribaltare o mantenere i risultati».

La trasferta di La Spezia arriva nel momento giusto?
«Sì, anche se dispiace non avere i tifosi al seguito. Lo Spezia è una squadra forte, che non rispecchia la classifica attuale, con due attaccanti fisici che daranno filo da torcere alla difesa. Tutte le partite valgono allo stesso modo, i punti pesano sempre uguale. Non sottovaluteremo l’appuntamento e andremo lì con l’elmetto in testa, pronti a battagliare, cercando anche di proporre gioco».

Con tante partite ravvicinate e due turni infrasettimanali, è questo il momento decisivo della stagione?
«In queste sei partite la classifica per la salvezza si delineerà in modo più chiaro. Sarà un periodo molto importante».

Quest’anno si sono alternati tre portieri: come si sta inserendo Micai?
«La sua esperienza si sente, anche solo con la presenza e con la voce. Trasmette sicurezza sul campo, come anche Seculin prima di lui. Questo senza togliere nulla a Motta, che ha grandi qualità ma deve crescere. È normale che qualche errore possa capitare, soprattutto in un contesto di pressione come quello granata».

Come hai vissuto il dualismo con Magnani nella prima parte di stagione?
«Quando non giochi non è mai facile, e ho anche avuto uno scambio di opinioni con il mister. Ma le scelte dell’allenatore vanno rispettate. L’obiettivo finale viene prima dei singoli. È positivo avere compagni arrabbiati “in senso buono”: così si alza il livello degli allenamenti e mantiene tutti sul pezzo».

Libutti si era affezionato alla fascia durante la tua assenza?
«No, non vedeva l’ora di riconsegnarla! Ogni volta che doveva indossarla aveva quasi timore. Quando sono rientrato era felicissimo. Libu è uno solo e rimane unico».

Oltre alle 227 presenze in granata, c’è anche una laurea: hai altri sogni per il futuro?
«Sto pensando a cosa farò dopo la carriera da calciatore. Mi piacerebbe restare nel calcio e fare il corso da direttore sportivo, magari da iniziare già il prossimo anno. Vorrei anche prendere la laurea magistrale in psicologia: è un percorso che mi ha affascinato molto. Non escludo neppure, un domani, di fare qualcosa fuori dal calcio. Per ora però mi godo la vita da calciatore»

Fonte Tuttoreggiana e Ac Reggiana

Wainer Magnani
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