Ecco perchè c’è l’impellenza di una riforma della Serie C

Ecco perchè c’è l’impellenza di una riforma della Serie C

Queste ultime vicende hanno sottolineato un aspetto che tutti conoscevano ma che nessuno aveva il coraggio di rimarcare, vale a dire la necessità di una riforma della serie C sotto forma di riduzione delle squadre.

E’ vero che siamo in una situazione di emergenza e che da un punto di vista finanziario c’è una crisi profonda dei club ma è anche vero che la decisione del presidente della Figc Gravina ha rimarcato un aspetto fondamentale: ci sono troppe società di Lega Pro che sono inadeguate alle serie C. Una categoria che hanno conquistato sul campo, anche con i ripescaggi ma è del tutto evidente che su 60 società almeno il 40% non è in grado di reggere il peso del professionismo a un certo livello da un punto di vista delle strutture, finanziario e di gestione. Fino a ieri si è premiato il merito sportivo di queste società, la capacità di mantenere una impostazione dilettantistica proiettata in serie C. Piccole realtà comunali che sul campo hanno conquistato il diritto di giocare nel professionisti e sono riusciti a rimanere in questa categoria in virtù di una filosofia familiare o attraverso le buone scelte tecniche. Fino a ieri questa era la filosofia e la forza della Federcalcio e soprattutto della serie C perché consentiva a piccole realtà di assurgere a campionati professionistici.
La prima avvisaglia di inadeguatezza sono stati gli stadi che troppe volte sono stati omologati in deroga oppure rattoppati con micro investimenti anche se il campionato di serie C ci ha messo al cospetto di questa differente realtà. Un esempio tipico è la Reggiana che paga 260mila euro per giocare al Mapei Stadium mentre altre realtà di piccoli o medi Comuni italiani non dicono che pagano d’affitto il 20% di ciò che paga la Reggiana ma spesso ottengono dei contributi per la gestione dell’impianto. Altri che hanno micro strutture e gli esempi possono essere tanti. Non si può dire che si parte tutti dalla stessa linea di partenza.
Cosi’ abbiamo visto in serie C stadi da 20mila posti a strutture che non superavano i 2.000 posti a sedere, caso mai ampliati a 4.000 posti con strutture mobili o altri artifici. Sempre in deroga. Questa è una stortura evidente su cui la Lega Pro ha chiuso gli occhi ma poi ve ne sono tante altre. Pensata al costo degli steward e al servizio di biglietteria. La Reggiana come il Modena, il Padova, la Triestina o il Vicenza hanno costi 50 o 100 volte maggiori rispetto alla stragrande maggioranza delle società di serie C proprio per la diversità nelle strutture sportive. I biglietti nominali valgono per poche società ma non per tutte. Lo stesso si riflette sul monte ingaggi dei giocatori anche se questo è un capitolo a parte perché ogni realtà può scegliere il suo budget. Dipende molto dalle possibilità finanziarie del proprietario per cui abbiamo visto club di piccolissime realtà ma dalle grandi potenzialità. Fare degli esempi non è mai bello ma certamente la Feralpisalò gioca in uno stadio di 2.000 posti a sedere, in una cittadina di 10mila abitanti ma ha una struttura organizzativa e un budget di alto livello in virtù delle possibilità del suo presidente. Si potrebbe citare l’Entella che staziona in serie B e rappresenta una cittadina, Chavari, di 27mila abitati. Cosi’ tante altre realtà che hanno vinto il campionato di serie D ma sotto il profilo sono inadeguate alla serie C perché non in sintonia con alcuni parametri.
Queste storture erano evidenti anche prima di questa fase di Covid-19 ma la filosofia della Figc era quella di “poter regalare un sogno a qualsiasi società”. Noi lo sappiamo benissimo dato che il Brescello grazie a Romano Amadei ha cullato anche il sogno di approdare in serie B, oltre ad aver sfidato la Juve in Coppa Italia. Lo stesso vale per tante altre avventure che poi sono tornare nel loro alveo naturale dei dilettanti una volta che il patron di turno ha concluso la sua esperienza. Se ne potrebbero fare tanti di esempi di società che sono arrivate al professionismo e oggi sono tornare nei dilettanti e chi dice che questo è “il bello del calcio” sbaglia perché queste società hanno reso non omogenea e non equilibrata la serie C.
Il Covid-19 ci ha forse fatto comprendere in modo evidente come la serie C ha bisogno di una ritorno al passato, quando cioè la serie C era veramente l’anticamera per le categoria superiori e raramente vi erano società “fuori dal contesto”. Una riforma della Lega Pro è fondamentale per riportare la serie C alla sua dimensione corretta. Oggi si parla di costi insostenibili per poter tornare a giocare il campionato. Non è in discussione questo concetto ma bensi’ la necessità di fotografare la realtà dei club della Lega Pro e prendere coscienza che delle 60 squadre almeno il 40% non è idonea alla serie C per quel concetto di “merito sportivo” che la Figc chiamava in causa per i vari ripescaggi: storia del club, settore giovanile, impianto sportivo a norma, presenza di spettatori allo stadio, bacino d’utenti. Difficile stabilire come si può riformare la serie C ma questi sono questi i veri parametri da adottare. Certo, stile Usa più che in sintonia con la filosofia italiana ma ormai ci dobbiamo rendere conto che un Verona o un Cagliari non vinceranno mai più lo Scudetto a meno che mettano a bilancio un budget pari a Juve, Inter, Roma, Milan, Lazio.
Il Covid-19 potrebbe rappresentare l’elemento di “selezione naturale” della Lega Pro anche se il presidente Ghirelli non lo permetterà ma è la verità nuda e cruda. Prima o poi la serie C come la serie B dovranno prendere atto di questa nuova realtà che impone un “dimagrimento” dei club per mettere tutte le società sulla stessa linea di partenza.

Wainer Magnani
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