Ripartire non è una necessità ma una impellenza

Ripartire non è una necessità ma una impellenza

Vedo che tutti stanno prendendo in considerazione l’idea di concludere i campionati. Se per serie A e serie B era una ipotesi molto concreta, dato che in gioco vi sono i provenienti dei diritti tv, essenziali per la sopravvivenza delle società (non lo stesso è per il basket dato che Sky ha rinunciato e quindi

Vedo che tutti stanno prendendo in considerazione l’idea di concludere i campionati. Se per serie A e serie B era una ipotesi molto concreta, dato che in gioco vi sono i provenienti dei diritti tv, essenziali per la sopravvivenza delle società (non lo stesso è per il basket dato che Sky ha rinunciato e quindi la Fib ha chiuso la stagione) ma lo stesso vale per le società di serie C. Direte: ma in gioco c’è la salute. E’ vero ma temo che l’interesse economico avrà il sopravvento su tutto. Non stiamo parlando di aprire gli stadi ma di giocare a porte chiuse. Quando? Credo che l’ipotesi sia di concludere la stagione entro il 2020. Da più parti si dice di equipararci ai modelli argentini e brasiliani. In ogni caso il 4 maggio inizieranno gli allenamenti delle società di serie A. Poi a seguire la serie B e la serie C a ruota. Qualche amico mi ha detto, però, che è impossibile pensare di giocare nelle zone del bergamasco, del bresciano o del milanese dato che il tasso di contagio è troppo elevato. Può essere un problema ma si opterà per giocare in campo neutro, lontano da quelle zone.
Ma perché la serie C deve finire la stagione? Ci sono due ragioni fondamentali. La prima fa riferimento al fatto che qualsiasi decisione venga presa a tavolino darà vita a una serie infinita di ricorsi, bloccando di fatto l’attività e la Federcalcio. La seconda fa rifermento all’aspetto economico che accennavo prima. So qual è l’obiezione che si può muovere: la serie C non ha contributi per i diritti tv e se si gioca a porte chiuse non ci sono nemmeno gli incassi al botteghino. Tutto vero ma oggi le società sportive, Reggiana compresa, si sono viste ricevere una valanga di insoluti da parte degli sponsor che non hanno pagato la trance fissata per la sponsorizzazione e altri sponsor che hanno aperto un contenzioso per un prodotto (partite di campionato) che non è stata offerto allo sponsor e quindi c’è la richiesta dell’annullamento della sponsorizzazione. Non parlo degli abbonati che potrebbero chiedere il rimborso perché chi si è abbonato l’ha fatto come un gesto d’amore nei confronti del club e al massimo potrà chiedere e ricevere uno sconto per la stagione successiva.
A monte c’è un altro aspetto che non bisogna trascurare: l’Aic (il sindacato dei calciatori) ha già detto che gli stipendi vanno pagati anche se non si gioca e lo Stato pretenderà, se non subito più avanti, il pagamento degli oneri fiscali. In pratica costi fissi a prescindere dal giocare o meno.
Vi è poi un aspetto legato all’economia italiana. Gli sponsor sono titolari di aziende che in questo momento sono in sofferenza finanziaria perché inattive e se da un punto di vista prettamente formale dovrebbero rispettare il contratto firmato, da un punto di vista morale è logico che un imprenditori pensi prima a pagare gli stipendi dei suoi dipendenti rispetto alla sponsorizzazione calcistica.
Questo è un aspetto fondamentale che rischia di trascinare nel baratro l’azienda calcio. Ma c’è di più. Un imprenditore nel momento in cui diventa proprietario di un club investe nella società una parte dei proventi derivanti dalla sua attività produttiva. Nessuno, tranne qualche eccezione, mette nel calcio soldi derivanti dal suo portafoglio personale. Essere proprietario di un club è una scelta determinata dalla passione per il calcio ma anche da un logico ritorno d’immagine. Nel momento in cui, però, la sua azienda è in crisi di liquidità o in una fase di recesso, come potrà avvenire ora per il blocco delle attività, è evidente che l’imprenditore rifletterà sul senso del ruolo di azionista di un club sportivo, perché non avrà ricavi derivanti dalla sua attività produttiva ma dovrà attingere dalle sue risorse personali. In pratica dal suo portafoglio. Si potrebbe anche fare una riflessione…
Ma torniamo al concetto iniziale: finire i campionati è essenziale per le società per evitare questo “buco” derivante dagli sponsor. Per gli imprenditori padroni delle varie società è fondamentale che l’attività produttiva riparte per poter continuare a immettere soldi nelle società diversamente si assisterà realmente a ciò che è stato ventilato, cioè la rinuncia del 50% dei club di serie C. Anzi forse non sarà cosi’ perché abolita la fideiussione da presentare all’atto dell’iscrizione avremo un proliferare di cambi di proprietà con personaggi che penseranno ad altro anzichè al “fare calcio”.
So benissimo che nessuno leggerà questa mia lunga riflessione ma se devo trasferire i concetti fin qui espressi alla Reggiana, vorrei semplicemente rimarcare che i soci granata, se non interverranno altri fattori come appunto la ripartenza del campionato e della attività produttività, si ritroveranno a far fronte a un esborso economico quasi impossibile da sostenere pur con tutta la buona volontà del presidente Luca Quintavalli e del patron Romano Amadei. Non parlo solo del presente ma soprattutto del futuro, della prossima stagione sportiva. Se mai ci sarà.

Wainer Magnani
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